Volendo riflettere sull'antropologia del lavoro dobbiamo avere presente le diverse motivazioni dell' approccio dominante da quello cristiano.Oggi esiste una frattura fra attività umana in senso proprio e il lavoro. Il lavoro mercificato, alienato ed alienante, mirato esclusivamente alla ricerca del profitto è esattamente il contrario di ciò che dovrebbe essere l'attività umana.
Nel senso comune ciò che predomina è la dimensione oggettiva del lavoro, il salario , la produttività. Il ruolo primario della produzione dei beni è affidato al capitale che si è sostituito alla terra, considerata fino alla rivoluzione industriale come fattore produttivo determinante. Invece, secondo il pensiero cristiano l'elemento più rilevante è rappresentato dall'uomo "dalla sua capacità di conoscenza che viene alla luce mediante il sapere scientifico, la sua capacità di organizzazione solidale, la sua capacità d'intuire e soddisfare il bisogno dell'altro". E' la dignità dell'uomo che "come immagine di Dio" è una persona, un soggetto consapevole e libero, cioè un soggetto che decide di se stesso. Come persona, l'uomo è quindi soggetto del lavoro. (Laborem Exercens n. 6)
Nonostante numerose Encicliche sociali abbiano dato indicazioni per evitare un uso distorto del lavoro (considerato semplice strumento per la ricerca del profitto), la realtà economica si dimostra ben lontana dall'attuazione dei loro orientamenti.
Il Magistero si è espresso sempre in maniera forte, specifica e coerente sul tema del lavoro, soprattutto sui problemi e le condizioni degli uomini che lavorano facendo riflettere su domande fondamentali:
Quale è il senso ed il valore dell'attività umana?
A quale scopo tendono gli sforzi sia individuali che collettivi?
Come vanno usate le realtà che ci circondano?
L'opera umana può ridursi a solo strumento di accumulazione e guadagno?Ma la domanda antropologica fondamentale è : chi è l'uomo?
La grande sfida che oggi ci provoca è la riscoperta della persona, dell'essere persona come specificità dell'umano. Per fare questo dobbiamo misurarci continuamente con la cultura contemporanea dove il termine persona viene spiegato solo con le categorie biologiche, sociologiche e psicologiche. Queste scienze sottolineano solo degli aspetti della persona, ma non arrivano a cogliere la sintesi che costituisce la persona come unità, l'essenza che individua in profondità l'essere umano. Il lavoro è un'attività propria dell'essere umano che determina la crescita dell'uomo e della società di cui fa parte. Il valore che ne deriva è da un lato l'autoaffermazione della propria persona e dall'altro il servizio all'edificazione della società. L'avvenimento di Gesù Cristo è l'unico principio adeguato per comprendere con l'intelligenza la totalità del reale e della storia e per un rapporto vero tra Dio e l'uomo. Il fondamento del lavoro è questa relazione fra Dio che si rivela attraverso Cristo e l'uomo che seguendo Cristo si relaziona con gli altri uomini in un rapporto d'amore. Nella Gaudium et Spes è ben descritto l'uomo come persona e dono: "L'uomo in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stessa" e "non può ritrovarsi pienamente se non attraverso il dono sincero di sé". Nel cuore della vita divina, la relazione tra le tre Persone (Padre, Figlio, Spirito Santo) si rivela come luogo fondativo della qualità relazionale che costituisce l'uomo come persona.
La persona è tale perchè possiede questa costitutiva disposizione alla comunione e al dono. Come nella Trinità la natura divina vive del relazionarsi, reciproco donarsi e riceversi delle tre Persone, così nella natura umana la persona si realizza solo in un'apertura agli altri che la predispone a dare e ricevere una vita di comunione. Questo mistero della vita trinitaria che ci è stato rivelato dall'incarnazione di Cristo, getta luce sul rapporto fra la libertà del singolo uomo e la libertà degli uomini come popolo.
Le conseguenze a livello morale di tale concezione sono che ogni atto dell'uomo, anche il più nascosto ed insignificante, a causa di questa vocazione, ha una portata eterna. Viene così valorizzata la libertà dell'uomo che ha davanti a sè la possibilità di autotrascendimento nella piena realizzazione di tutto il suo essere umano.
Nella scoperta della propria dipendenza originaria, l'uomo conosce la sua originalità come singolo, nel rapporto con l'infinito scopre la propria vocazione, dignità di se stesso, il valore della vita, la dignità ed il valore del lavoro.
Allora la libertà si realizza come scoperta di appartenere ad un Altro, come legame alla propria origine, come risposta ad una vocazione.
Principio di cooperazione all'opera della Creazione e della redenzione
L'antropologia cristiana del lavoro ha alla base il principio che l'uomo attraverso l'attività lavorativa collabora alla creazione e alla redenzione di Dio.
Questa è la finalità primaria dell'esistenza umana sulla terra.
Il primo fondamento del valore del lavoro è l'uomo stesso, il suo soggetto.
Ne deriva che l'etica del lavoro è : "Il lavoro è per l'uomo e non l'uomo per il lavoro" per cui i vari lavori possono essere misurati solo con il metro della dignità del soggetto stesso, l'uomo che lo compie.
Principio di umanizzazione
Il lavoro è il metro di misura della dignità della persona (Laborem Exercens n. 6)
Solo la persona umana possiede la caratteristica della dignità, non esiste uomo senza dignità. Nella sequela di Cristo l'uomo contribuisce alla realizzazione della storia di salvezza non solo in un ordine spirituale e mistico, ma anche dell'agire politico.
Principio di soggettività
L'uomo è il soggetto del lavoro e quindi il lavoro non è qualcosa di esterno all'uomo ma è parte della sua personalità e della sua esistenza.
Colui che compie attività lavorative è una persona con tutte le caratteristiche legate alla personalità: libertà, coscienza, responsabilità; chi compie il lavoro è un soggetto consapevole e libero, cioè un soggetto che decide di se stesso.
Principio di responsabilità
Essendo il lavoro un atto umano, quindi proveniente dalla volontà, implica la responsabilità della persona ed è legato alla sua percezione della libertà, della coscienza morale ed al senso di responsabilità che non sono innati, ma vanno appresi attraverso un'educazione.
Raramente il lavoro viene analizzato sotto le numerose variabili legate alla responsabilità. Di solito concepiamo la responsabilità sul lavoro come mancato adempimento di un obbligo contrattuale o in funzione di un risultato economico.
Essendo la responsabilità la più importante categoria dell'antropologia morale, soltanto un comportamento responsabile può essere considerato un comportamento morale.
Vorrei sottolineare anche i significati di lavoro come fatica ed espiazione, ma anche come glorificazione di Dio con l'opera umana e preparazione di un regno di comunione con Lui.
Tutti gli uomini di tutti i tempi hanno sperimentato e sperimentano la fatica del lavoro, provata sia da chi lavora in campo materiale che spirituale, sia dal dipendente che dal lavoratore autonomo. E' una fatica fisica, psichica, esistenziale dovuta all'imperfezione, all'impotenza di fronte alle cose.
In seguito al peccato originale il lavoro è segnato da un rapporto difficile con il denaro , con l'altro uomo, con il tempo. Tale fatica comporta un sacrificio difficilmente accettabile se non è inquadrato in una realtà esistenziale rivelata da Cristo, unico Salvatore.
La fatica del lavoro non è una maledizione, è un'espiazione derivante dal proprio status. "Sopportando la fatica del lavoro in unione con Cristo Crocifisso per noi, l'uomo collabora in qualche modo con il figlio di Dio alla redenzione dell'umanità".
Chi lavora con questo intento, svolge la propria attività in un quadro di glorificazione il cui significato è la liberazione da una condizione esclusivamente terrena.
Lavoro come dono di Dio
Nel Qoélet si sottolinea il tempo in funzione dell'attività umana: " Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il sole" .... "Ho concluso
che non c'è nulla di meglio per essi, che godere e agire bene nella loro vita; ma che uno mangi, beva e goda del suo lavoro è un dono di Dio".
Blog del Centro Studi Luigi Sturzo sede Friuli Venezia Giulia. Sito www.centrosturzo.fvg.it
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mercoledì 6 giugno 2012
martedì 10 aprile 2012
IL LEGAME FRA SPIRITUALITA' E LAVORO. Sue ricadute sul benessere sociale.
Nel dibattito pubblico e privato di questi mesi sulla crisi di lavoro, disoccupazione giovanile, tipologie di lavoro, articolo 18, mobilità, pensioni, manca una riflessione di fondo su: che cosa è il lavoro, qual'è la sua motivazione?
Queste riflessioni sono indispensabili perchè ritrovi dignità e valorizzazione l'uomo soggetto e artefice del lavoro.
Il denaro è diventato il perchè e la motivazione principale o unica dell'impegno al lavoro e chi paga il lavoratore non compra solo le sue prestazioni, ma anche le sue motivazioni e quindi la libertà della persona.
L'etica del "lavoro ben fatto" come coincidenza fra vocazione e senso umano del lavoro, come dignità della professione stessa, sta scomparendo e la crisi che stiamo vivendo ci costringe a riscoprire il valore dell'esperienza spirituale dell'uomo che lavora.
Per rilanciare veramente l'occupazione occorre liberare le energie spirituali che in questi decenni sono state soffocate dalla burocrazia, dall'eccessiva occupazione nel settore pubblico, che ha prodotto beni e servizi inadeguati o inutili per l'incapacità anche temporale di adeguarsi rispetto ai bisogni della gente. Solo chi è vicino ai problemi ha gli elementi necessari per fare scelte giuste come impresa ed in economia.
Ogni epoca ha una differente situazione del mondo del lavoro che necessita di essere ripensato nel proprio contesto locale socio economico.
I nuovi lavori dovrebbero nascere dal basso, dai cittadini e dalla società civile, dall'intreccio fra cultura e conoscenza tacita e specifica accumulata nelle scelte quotidiane, che è l'unica conoscenza utile ed indispensabile per fare scelte produttive giuste.
Il termine "spirituale" nell'uso corrente viene interpretato come distacco dal mondo, mentre è proprio di chi è inserito nel mondo: l'arte, la scienza, la civiltà appartengono alla sfera spirituale.
Questo distacco si è prodotto gradualmente nel corso della modernità in cui sono avvenute le principali biforcazioni fra "senso" del lavoro e vita dell'uomo.
Il processo di industrializzazione come culmine della modernità sul versante economico produttivo ha contribuito ad approfondire il solco fra "senso " del lavoro ed "utilità del lavoro", di ciò che viene prodotto. Inoltre la diffusa frattura fra fede e cultura ha fatto emergere prevalentemente gli aspetti oggettivi del lavoro, ciò che l'uomo realizza con il suo fare, separandolo dal suo protagonista come persona in relazione (aspetto soggettivo).
Come conseguenza il lavoro è stato considerato alla stregua di un ingrediente del processo produttivo di cui si valutano i costi (da rendere minimi) e l'utilità (da massimizzare). Oggi quello che più manca nel discorso sul lavoro è la sottolineatura delle sue dimensioni spirituali che sono il motivo per cui il lavoratore è felice del suo oggetto, non solo per quanto viene pagato e gli consente di vivere, ma soprattutto perchè vi trova la soddisfazione di aver escogitato e creato qualche cosa di suo, che lo esprime e lo avvicina al Creatore. Alla base della spiritualità vi è la credenza nella divinità e la spiritualità cristiana è di natura soprannaturale . Un testo fondamentale per quanto riguarda il lavoro è il primo capitolo della Genesi, (che Giovanni Paolo II nella LE n. 25 chiama "Il primo Vangelo del lavoro") dove il lavoro si identifica completamente conl' amore: quello di Dio che crea dal nulla. In questo modo viene creato anche l'uomo a cui Dio affida il perfezionamento della sua opera dotandolo a sua immagine di sostanza spirituale. Gesù Cristo con le sue parole, le parabole e la vita di un lavoratore ha veramente proclamato " Il Vangelo del lavoro" le cui linee essenziali possono essere fornite da:
La nostra esperienza ci fa capire che il lavoro, in generale , non si limita ad essere un mezzo di esistenza "corporale", ma sviluppa la persona e modifica il mondo. Questo, tra i viventi , è possibile solo all'uomo in quanto sostanza materiale e spirituale dunque intelligente e libera, dotata di volontà e di autodominio, capace di proiettarsi fuori di sè verso l'infinito e poi verso gli esseri creati e di volere il loro bene anche con sacrificio. Tutti gli altri esseri creati sono chiusi in se stessi nella ricerca della propria soddisfazione. Ogni considerazione sul valore del lavoro non puo che cominciare dall'uomo e dalla sua dignità in quanto immagine e somiglianza del Creatore e quindi sostanza anche spirituale.
Se non si concepisce l'uomo anche come spirito non si può comprendere la dignità del lavoro nelle sue espressioni più modeste e non si riesce a considerare il suo valore come superiore ai beni materiali. Da qui nasce la necessità di organizzare il lavoro in virtù delle necessità materiali e spirituali della persona e della sua famiglia. Nell'enciclica LE, Giovanni Paolo II fa emergere il senso umano, familiare e sociale del lavoro in 3 cerchi di valori:
Questa trasformazione comporta grandi cambiamenti sul contenuto e sulla forma delle prestazioni lavorative ed anche sui pilastri di protezione sociale.
Perchè il lavoro serva al vero bene dell'uomo e dell'umanità, occorre che sia pervaso da una cultura rinnovata dal Vangelo di Gesù Cristo:
Al n. 76 della CV scrive:" Uno degli aspetti del moderno spirito tecnicistico è riscontrabile nella propensione a considerare i problemi ed i moti legati alla vita interiore soltanto da un punto di vista psicologico, fino al riduzionismo neurologico. L'interiorità dell'uomo viene così svuotata e la consapevolezza della consistenza ontologica dell'anima umana, con le profondità che i santi hanno saputo scandagliare, progressivamente si perde. Il problema dello sviluppo è strettamente collegato anche alla nostra concezione dell'anima dell'uomo, dal momento che il nostro " io" viene spesso ridotto alla psiche e la salute dell'anima è confusa con il benessere emotivo. Queste riduzioni hanno alla loro base una profonda incomprensione della vita spirituale e portano a disconoscere che lo sviluppo dei popoli, invece, dipende anche dalla soluzione di problemi di carattere spirituale."..."Lontano da Dio l'uomo è inquieto e malato. L'alienazione sociale e psicologica e le tante nevrosi che caratterizzano le società opulente rimandano anche a cause di ordine spirituale"....."Le nuove forme di schiavitù della droga e la disperazione in cui cadono tante persone trovano una spiegazione non solo sociologica e psicologica, ma essenzialmente spirituale. Il vuoto in cui l'anima si sente abbandonata, pur in presenza di tante terapie per il corpo e per la psiche, produce sofferenza. Non ci sono sviluppo plenario e bene comune universale senza il bene spirituale e morale delle persone, considerate nella loro interezza di anima e di corpo."
Al n. 77 CV :" L'assolutismo della tecnica tende a produrre l'incapacità di percepire ciò che non si spiega con la semplice materia. Eppure tutti gli uomini sperimentano i tanti aspetti immateriali e spirituali della loro vita. Conoscere non è solo un atto materiale, perchè il conosciuto nasconde sempre qualcosa che va al là del dato empirico. Ogni nostra conoscenza, anche la più semplice, è sempre un piccolo prodigio, perchè non si spiega mai completamente con gli strumenti materiali che adoperiamo. In ogni verità c'è più di quanto noi stessi ci saremmo aspettati, nell'amore che riceviamo c'è sempre qualcosa che ci sorprende."
Queste riflessioni sono indispensabili perchè ritrovi dignità e valorizzazione l'uomo soggetto e artefice del lavoro.
Il denaro è diventato il perchè e la motivazione principale o unica dell'impegno al lavoro e chi paga il lavoratore non compra solo le sue prestazioni, ma anche le sue motivazioni e quindi la libertà della persona.
L'etica del "lavoro ben fatto" come coincidenza fra vocazione e senso umano del lavoro, come dignità della professione stessa, sta scomparendo e la crisi che stiamo vivendo ci costringe a riscoprire il valore dell'esperienza spirituale dell'uomo che lavora.
Per rilanciare veramente l'occupazione occorre liberare le energie spirituali che in questi decenni sono state soffocate dalla burocrazia, dall'eccessiva occupazione nel settore pubblico, che ha prodotto beni e servizi inadeguati o inutili per l'incapacità anche temporale di adeguarsi rispetto ai bisogni della gente. Solo chi è vicino ai problemi ha gli elementi necessari per fare scelte giuste come impresa ed in economia.
Ogni epoca ha una differente situazione del mondo del lavoro che necessita di essere ripensato nel proprio contesto locale socio economico.
I nuovi lavori dovrebbero nascere dal basso, dai cittadini e dalla società civile, dall'intreccio fra cultura e conoscenza tacita e specifica accumulata nelle scelte quotidiane, che è l'unica conoscenza utile ed indispensabile per fare scelte produttive giuste.
Il termine "spirituale" nell'uso corrente viene interpretato come distacco dal mondo, mentre è proprio di chi è inserito nel mondo: l'arte, la scienza, la civiltà appartengono alla sfera spirituale.
Questo distacco si è prodotto gradualmente nel corso della modernità in cui sono avvenute le principali biforcazioni fra "senso" del lavoro e vita dell'uomo.
Il processo di industrializzazione come culmine della modernità sul versante economico produttivo ha contribuito ad approfondire il solco fra "senso " del lavoro ed "utilità del lavoro", di ciò che viene prodotto. Inoltre la diffusa frattura fra fede e cultura ha fatto emergere prevalentemente gli aspetti oggettivi del lavoro, ciò che l'uomo realizza con il suo fare, separandolo dal suo protagonista come persona in relazione (aspetto soggettivo).
Come conseguenza il lavoro è stato considerato alla stregua di un ingrediente del processo produttivo di cui si valutano i costi (da rendere minimi) e l'utilità (da massimizzare). Oggi quello che più manca nel discorso sul lavoro è la sottolineatura delle sue dimensioni spirituali che sono il motivo per cui il lavoratore è felice del suo oggetto, non solo per quanto viene pagato e gli consente di vivere, ma soprattutto perchè vi trova la soddisfazione di aver escogitato e creato qualche cosa di suo, che lo esprime e lo avvicina al Creatore. Alla base della spiritualità vi è la credenza nella divinità e la spiritualità cristiana è di natura soprannaturale . Un testo fondamentale per quanto riguarda il lavoro è il primo capitolo della Genesi, (che Giovanni Paolo II nella LE n. 25 chiama "Il primo Vangelo del lavoro") dove il lavoro si identifica completamente conl' amore: quello di Dio che crea dal nulla. In questo modo viene creato anche l'uomo a cui Dio affida il perfezionamento della sua opera dotandolo a sua immagine di sostanza spirituale. Gesù Cristo con le sue parole, le parabole e la vita di un lavoratore ha veramente proclamato " Il Vangelo del lavoro" le cui linee essenziali possono essere fornite da:
•· Lavoro come partecipazione all'opera del Creatore
•· Lavoro come unione reale con Gesù Cristo vivente, l'uomo del lavoro che insegna come ci si deve accostare alle cose di questo mondo e farne uso; ci insegna il primato dei valori spirituali su quelli di ordine economico.
•· Lavoro umano alla luce della croce e della risurrezione di Gesù Cristo che ci ha tracciato la strada per ricostituire con il suo aiuto il nostro ordine interiore e di conseguenza riportare l'ordine nella società e nel creato.
Per poter calare nelle realtà temporali questo annuncio di salvezza attraverso il nostro lavoro è necessario invocare l'aiuto dello Spirito Santo. Benedetto XVI ci ricorda che: "Quello che è l'aria per la vita biologica, lo è lo Spirito Santo per la vita spirituale" che necessita di vita sacramentale. Se si perde la consapevolezza che l'impegno solidale fra uomini ha origine nell'Eucarestia, se si dimentica che la riconciliazione non può essere frutto solo d'impegno umano (sempre debole), ma è opera della Grazia nel sacramento della riconciliazione, se non si educa a vivere continuità fra assemblea liturgica e vita quotidiana non ci si può lamentare dei danni della secolarizzazione.La nostra esperienza ci fa capire che il lavoro, in generale , non si limita ad essere un mezzo di esistenza "corporale", ma sviluppa la persona e modifica il mondo. Questo, tra i viventi , è possibile solo all'uomo in quanto sostanza materiale e spirituale dunque intelligente e libera, dotata di volontà e di autodominio, capace di proiettarsi fuori di sè verso l'infinito e poi verso gli esseri creati e di volere il loro bene anche con sacrificio. Tutti gli altri esseri creati sono chiusi in se stessi nella ricerca della propria soddisfazione. Ogni considerazione sul valore del lavoro non puo che cominciare dall'uomo e dalla sua dignità in quanto immagine e somiglianza del Creatore e quindi sostanza anche spirituale.
Se non si concepisce l'uomo anche come spirito non si può comprendere la dignità del lavoro nelle sue espressioni più modeste e non si riesce a considerare il suo valore come superiore ai beni materiali. Da qui nasce la necessità di organizzare il lavoro in virtù delle necessità materiali e spirituali della persona e della sua famiglia. Nell'enciclica LE, Giovanni Paolo II fa emergere il senso umano, familiare e sociale del lavoro in 3 cerchi di valori:
•· Dimensione personale del lavoro umano e la sua dignità . " Il lavoro è un bene dell'uomo, è un bene della sua umanità, perchè mediante il lavoro l'uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo, anzi, in un certo senso diventa più uomo" (LE 9)
•· Famiglia come termine di riferimento per un ordine etico del lavoro umano. "Il lavoro è il fondamento su cui si forma la vita familiare, la quale è un diritto naturale ed una vocazione dell'uomo."...."Lavoro e laboriosità condizionano anche tutto il processo di educazione nella famiglia, proprio per la ragione che ognuno"diventa uomo", fra l'altro, mediante il lavoro, e quel diventare uomo esprime appunto lo scopo principale di tutto il processo educativo"...."La famiglia è al tempo stesso una comunità resa possibile dal lavoro e la prima interna scuola di lavoro per ogni uomo" (LE 10)
•· Lavoro e società. " Nella prospettiva di uomo soggetto del lavoro , emerge quella grande società alla quale l'uomo appartiene in base a particolari legami culturali e storici"..."Tale società è anche una grande incarnazione storica e sociale del lavoro di tutte le generazioni. Tutto questo fa si che l'uomo unisca la sua più profonda identità umana con l'appartenenza alla nazione ed intenda il suo lavoro anche come incremento al bene comune, elaborato insieme ai suoi compatrioti, rendendosi così conto che per questa via il lavoro serve a moltiplicare il patrimonio di tutta la famiglia umana, di tutti gli uomini viventi nel mondo."(LE 10)
Oggi la principale risorsa dell'economia è quella umana nella sua capacità di conoscenza e di relazione produttiva ( dimensione spirituale).Questa trasformazione comporta grandi cambiamenti sul contenuto e sulla forma delle prestazioni lavorative ed anche sui pilastri di protezione sociale.
Perchè il lavoro serva al vero bene dell'uomo e dell'umanità, occorre che sia pervaso da una cultura rinnovata dal Vangelo di Gesù Cristo:
•· il lavoro è per l'uomo e non l'uomo per il lavoro
•· l'uomo è per Dio : non di solo pane vive l'uomo
•· il lavoro ha il primato sul capitale
•· il lavoro è un bene per l'uomo
Nella "Caritas in Veritate" ( CV) al n.1, Benedetto XVI scrive:" La carità ( amore ) nella verità, di cui Gesù Cristo si è fatto testimone con la sua vita terrena e , soprattutto con la sua morte e resurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera". Nella "Spe Salvi" al n. 15 scrive :"Nessuna positiva ristrutturazione del mondo può riuscire là dove le anime inselvatichiscono".Al n. 76 della CV scrive:" Uno degli aspetti del moderno spirito tecnicistico è riscontrabile nella propensione a considerare i problemi ed i moti legati alla vita interiore soltanto da un punto di vista psicologico, fino al riduzionismo neurologico. L'interiorità dell'uomo viene così svuotata e la consapevolezza della consistenza ontologica dell'anima umana, con le profondità che i santi hanno saputo scandagliare, progressivamente si perde. Il problema dello sviluppo è strettamente collegato anche alla nostra concezione dell'anima dell'uomo, dal momento che il nostro " io" viene spesso ridotto alla psiche e la salute dell'anima è confusa con il benessere emotivo. Queste riduzioni hanno alla loro base una profonda incomprensione della vita spirituale e portano a disconoscere che lo sviluppo dei popoli, invece, dipende anche dalla soluzione di problemi di carattere spirituale."..."Lontano da Dio l'uomo è inquieto e malato. L'alienazione sociale e psicologica e le tante nevrosi che caratterizzano le società opulente rimandano anche a cause di ordine spirituale"....."Le nuove forme di schiavitù della droga e la disperazione in cui cadono tante persone trovano una spiegazione non solo sociologica e psicologica, ma essenzialmente spirituale. Il vuoto in cui l'anima si sente abbandonata, pur in presenza di tante terapie per il corpo e per la psiche, produce sofferenza. Non ci sono sviluppo plenario e bene comune universale senza il bene spirituale e morale delle persone, considerate nella loro interezza di anima e di corpo."
Al n. 77 CV :" L'assolutismo della tecnica tende a produrre l'incapacità di percepire ciò che non si spiega con la semplice materia. Eppure tutti gli uomini sperimentano i tanti aspetti immateriali e spirituali della loro vita. Conoscere non è solo un atto materiale, perchè il conosciuto nasconde sempre qualcosa che va al là del dato empirico. Ogni nostra conoscenza, anche la più semplice, è sempre un piccolo prodigio, perchè non si spiega mai completamente con gli strumenti materiali che adoperiamo. In ogni verità c'è più di quanto noi stessi ci saremmo aspettati, nell'amore che riceviamo c'è sempre qualcosa che ci sorprende."
venerdì 30 dicembre 2011
Conciliazione tempi famiglia lavoro
Le due grandi sfere che coinvolgono giornalmente la nostra vita sono il lavoro e la famiglia. Il mondo del lavoro oggi assorbe sempre di più molte energie non solo come competenze, aggiornamenti, ma anche come competitività, causando stress e malessere.
Molti confondono le problematiche e le finalità della conciliazione famiglia - lavoro con qualunque programma che aiuti le donne ad inserirsi nel mercato del lavoro, gestendo tempi di lavoro e tempi di famiglia con maggiore facilità, agevolata anche da un maggiore coinvolgimento degli uomini nelle cure domestiche. Altri traducono i programmi di conciliazione in misure di piccolo cabotaggio che servono alle aziende per avere meno conflittualità sui posti di lavoro, meno assenteismo ed ottenere così più produttività e più efficienza.
Invece é in gioco l'intera e complessa relazione dei due ambiti di vita, che necessita di essere inquadrata ed affrontata proprio in quanto relazione e non con occasionali tamponi come dimostrano le soluzioni intraprese finora che non hanno risolto granché.
Allora è importante chiedersi: PERCHE' FARE CONCILIAZIONE ? CON QUALI CRITERI E LINEE GUIDA?
L'attuale crisi sta facendo emergere sempre più chiaramente che le teorie economiche non sono strumenti neutrali sul comportamento umano, in qualche modo inducono sempre dei comportamenti negli uomini e sono strumenti di modificazione degli assetti esistenti.
Con l'avvento della rivoluzione industriale si sono sviluppati due fenomeni di grande portata storica: l'avvento dell'economia di mercato capitalistica e la predominanza nella scienza sociale dell'etica utilitaristica di J. Bentham. Con l'etica utilitaristica viene accantonato il fondamento di verità dei giudizi di valore che sarebbero piuttosto espressione di decisioni, di imperativi o di preferenze soggettive. Si sviluppa il modello "Stato - mercato" con un mercato che si appoggia solo sull'efficienza, si chiede all'impresa di massimizzare il profitto come fine e allo Stato il compito di ridistribuire la ricchezza con la leva fiscale ed il welfare.
Viene accantonato il principio di reciprocità che si fonda sulla fratellanza ed è un principio ternario: io do a te perchè tu dia ad un altro o eventualmente a me.
Il lavoro connesso con la vita familiare come era normale prima del diffondersi dell'industrializzazione non è più possibile, ma lo stress, le tensioni, il calo di felicità personale e relazionale che la famiglia sta pagando in cambio del maggior benessere ci chiede di comprendere perchè la vita delle persone non possa più essere divisa fra famiglia e lavoro come ai tempi della prima industrializzazione.
Difronte alle line guida dell'unione Europea che vede le pratiche di conciliazione come strumento funzionale alla competizione economica globale dove il fine è la la produttività e competitività della nuova"economia della conoscenza", c'è il rischio che la famiglia venga ridotta ad un residuo, più di quanto non sia stata sfruttata ed indebolita fino ad oggi.
Se e come le funzioni sociali della famiglia possano essere svolte dipende essenzialmente dal rapporto tra il quotidiano familiare ed il quotidiano professionale. Questo tema ci accompagna lungo l'arco di tutta la nostra vita, dalle esperienze maturate da bambini, nella scelta della professione, nella progettualità familiare o della carriera, fino al pensionamento ed all'organizzazione della terza età.
Se il lavoro impedisce di vivere, verrà svolto in modo da produrre gravi problemi sociali, prima di tutto a carico della famiglia. Si potrà incrementare il profitto ed i vantaggi economici, ma si dovranno affrontare malesseri e patologie sociali e cui non c'è rimedio perchè il vero rimedio è un lavoro dal volto umano che è amico della famiglia. La direzione che bisognerebbe prendere è quella di porre al centro del problema la relazione familiare e quindi vedere come il mondo del lavoro impatta sulla famiglia affinchè essa possa rispondere adeguatamente ai suoi doveri familiari e possa svolgere nella società quel ruolo fondativo che le è proprio. E' ancora possibile umanizzare l'economia e il lavoro? Certamente se l'economia viene riagganciata ai valori.
Una prima soluzione è passare a relazioni industriali capaci di attivare la conciliazione secondo i criteri della responsabilità sociale dell'impresa. La quale non è solo responsabilità verso l'ambiente, ma innanzi tutto verso l'ambiente umano cioè le famiglie dei dipendenti e di coloro che sono in relazione con la vita dell'impresa. Per questo le nuove forme di conciliazione dovrebbero seguire i criteri di sussidiarietà e l'organizzazione di reti sussidiarie fra imprese e famiglia.
Un'altra soluzione è attivare la società civile che con la sua azione decentralizzata ( decisioni di consumo e di risparmio) e con quella organizzata (imprese sociali di mercato, terzo settore) si propone di dare impulso nella direzione di uno sviluppo socialmente ed ecologicamente sostenibile.
Nascerebbe un'economia della responsabilità sociale che va oltre l'homo oeconomicus ed è fondata su tre pilastri: imprese, istituzioni,società civile,dove oltre allo scambio di equivalenti ( io do a te perchè tu mi dia quanto contrattualmente pattuito) e al principio di redistribuzione ( tramite la leva fiscale) ci sia anche il principio di reciprocità che fa entrare la gratuità, il dono, nel discorso economico.
Molti confondono le problematiche e le finalità della conciliazione famiglia - lavoro con qualunque programma che aiuti le donne ad inserirsi nel mercato del lavoro, gestendo tempi di lavoro e tempi di famiglia con maggiore facilità, agevolata anche da un maggiore coinvolgimento degli uomini nelle cure domestiche. Altri traducono i programmi di conciliazione in misure di piccolo cabotaggio che servono alle aziende per avere meno conflittualità sui posti di lavoro, meno assenteismo ed ottenere così più produttività e più efficienza.
Invece é in gioco l'intera e complessa relazione dei due ambiti di vita, che necessita di essere inquadrata ed affrontata proprio in quanto relazione e non con occasionali tamponi come dimostrano le soluzioni intraprese finora che non hanno risolto granché.
Allora è importante chiedersi: PERCHE' FARE CONCILIAZIONE ? CON QUALI CRITERI E LINEE GUIDA?
L'attuale crisi sta facendo emergere sempre più chiaramente che le teorie economiche non sono strumenti neutrali sul comportamento umano, in qualche modo inducono sempre dei comportamenti negli uomini e sono strumenti di modificazione degli assetti esistenti.
Con l'avvento della rivoluzione industriale si sono sviluppati due fenomeni di grande portata storica: l'avvento dell'economia di mercato capitalistica e la predominanza nella scienza sociale dell'etica utilitaristica di J. Bentham. Con l'etica utilitaristica viene accantonato il fondamento di verità dei giudizi di valore che sarebbero piuttosto espressione di decisioni, di imperativi o di preferenze soggettive. Si sviluppa il modello "Stato - mercato" con un mercato che si appoggia solo sull'efficienza, si chiede all'impresa di massimizzare il profitto come fine e allo Stato il compito di ridistribuire la ricchezza con la leva fiscale ed il welfare.
Viene accantonato il principio di reciprocità che si fonda sulla fratellanza ed è un principio ternario: io do a te perchè tu dia ad un altro o eventualmente a me.
Il lavoro connesso con la vita familiare come era normale prima del diffondersi dell'industrializzazione non è più possibile, ma lo stress, le tensioni, il calo di felicità personale e relazionale che la famiglia sta pagando in cambio del maggior benessere ci chiede di comprendere perchè la vita delle persone non possa più essere divisa fra famiglia e lavoro come ai tempi della prima industrializzazione.
Difronte alle line guida dell'unione Europea che vede le pratiche di conciliazione come strumento funzionale alla competizione economica globale dove il fine è la la produttività e competitività della nuova"economia della conoscenza", c'è il rischio che la famiglia venga ridotta ad un residuo, più di quanto non sia stata sfruttata ed indebolita fino ad oggi.
Se e come le funzioni sociali della famiglia possano essere svolte dipende essenzialmente dal rapporto tra il quotidiano familiare ed il quotidiano professionale. Questo tema ci accompagna lungo l'arco di tutta la nostra vita, dalle esperienze maturate da bambini, nella scelta della professione, nella progettualità familiare o della carriera, fino al pensionamento ed all'organizzazione della terza età.
Se il lavoro impedisce di vivere, verrà svolto in modo da produrre gravi problemi sociali, prima di tutto a carico della famiglia. Si potrà incrementare il profitto ed i vantaggi economici, ma si dovranno affrontare malesseri e patologie sociali e cui non c'è rimedio perchè il vero rimedio è un lavoro dal volto umano che è amico della famiglia. La direzione che bisognerebbe prendere è quella di porre al centro del problema la relazione familiare e quindi vedere come il mondo del lavoro impatta sulla famiglia affinchè essa possa rispondere adeguatamente ai suoi doveri familiari e possa svolgere nella società quel ruolo fondativo che le è proprio. E' ancora possibile umanizzare l'economia e il lavoro? Certamente se l'economia viene riagganciata ai valori.
Una prima soluzione è passare a relazioni industriali capaci di attivare la conciliazione secondo i criteri della responsabilità sociale dell'impresa. La quale non è solo responsabilità verso l'ambiente, ma innanzi tutto verso l'ambiente umano cioè le famiglie dei dipendenti e di coloro che sono in relazione con la vita dell'impresa. Per questo le nuove forme di conciliazione dovrebbero seguire i criteri di sussidiarietà e l'organizzazione di reti sussidiarie fra imprese e famiglia.
Un'altra soluzione è attivare la società civile che con la sua azione decentralizzata ( decisioni di consumo e di risparmio) e con quella organizzata (imprese sociali di mercato, terzo settore) si propone di dare impulso nella direzione di uno sviluppo socialmente ed ecologicamente sostenibile.
Nascerebbe un'economia della responsabilità sociale che va oltre l'homo oeconomicus ed è fondata su tre pilastri: imprese, istituzioni,società civile,dove oltre allo scambio di equivalenti ( io do a te perchè tu mi dia quanto contrattualmente pattuito) e al principio di redistribuzione ( tramite la leva fiscale) ci sia anche il principio di reciprocità che fa entrare la gratuità, il dono, nel discorso economico.
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