sabato 10 marzo 2012

La responabilità sociale dell'impresa

La storia della RSI è recente e si è soliti farla iniziare dal contributo dato da Bowen nel 1953 che contiene una prima definizione di RSI. Solo con il fenomeno della globalizzazione, a partire dalla fine degli anni settanta, è scoppiata la problematica della RSI. Nonostante numerosi studi e dibattiti degli ultimi 30 anni non esiste ad oggi una definizione largamente condivisa della RSI e siamo ancora in uno stato privato di definizioni. L'idea dominante è che l'azione economica è neutrale in quanto le relazioni sociali che transitano per il mercato non avrebbero alcun bisogno di essere assoggettate ad un giudizio etico. L'ancoraggio etico della RSI trova non poche difficoltà ad essere accolto anche perchè la globalizzazione aumenta la distanza fra azione e conseguenze ultime dell'azione e le imprese tendono a prestare poca attenzione a ciò che non è rilevabile quantitativamente a breve termine. Il rapido mutamento tecnologico che connota la terza rivoluzione industriale tende a ridurre la capacità di valutare i rischi e gli esiti. Bisogna convenire con Bauman che "oggi l'organizzaione nel suo complesso è uno strumento per la cancellazione della responsabilità". I giudizi critici della RSI sostengono che questa possa servire da paravento per consentire ad imprese senza scrupoli morali di eliminare o ridurre la forza competitiva dei rivali. Un'altra critica denuncia la possibilità che i comportamenti socialmente responsabili possano occultare la logica del puro business ( per l'impresa conta solo il risultato economico misurato come profitto). Non possiamo considerare socialmente responsabile l'impresa che mentre produce ricchezza non difende i diritti umani, non rispetta l'integrità morale delle persone e poi diventa compassionevole solo nel momento della distribuzione della ricchezza prodotta. E' la logica della pura filantropia. La critica di fondo alla RSI è contenuta nell'affermazione di Friedmann: "poche tendenze possono minacciare le fondamenta stesse della nostra libera società come l'accettazione da parte dei responsabili dell'impresa di una responsabilità sociale che sia altro che fare tanti più soldi possibili per i loro azionisti". I critici della RSI sono invece d'accordo sul punto che il profitto da parte dell'impresa deve avvenire nel rispetto delle norme legali vigenti. Sappiamo bene che i processi di legiferazione non seguono mai in tempi rapidi l'evoluzione delle vicende economiche in una dinamica sociale accelerata come quella attuale e poi che cosa garantisce che quello che viene fissato dalla legge venga effettivamente adempiuto? Sul tema della RSI si stanno diffondendo diversi documenti che vengono redatti al fine di garantire all'impresa una "buona reputazione": bilancio sociale, codice etico, certificazione etica, bilancio di sostenibilità, da non confondersi con la certificazione di qualità. [1] Il fondamento della " buona reputazione "è debole perché l'orizzonte etico del contrattualismo nel quale viviamo è quello dell'individualismo, in cui, se c'è la possibilità di trasgredire la norma senza intaccare la propria reputazione, questo viene fatto. Dobbiamo convenire che l'esecutorietà di una norma dipende prima di tutto dalla costituzione morale della persona cioè dalla sua motivazione interna prima che da sistemi esterni. Quale ancoraggio etico è in grado di offrire un sostegno più solido alla RSI? E' l'etica delle virtù.  Per fare solo un esempio, se consideriamo il rapporto fra l'impresa ed il dipendente, questo rapporto può assumere le forme "dello scambio sociale" oppure dello "scambio di mercato". Nel primo caso sono determinanti l'onestà, la lealtà, il senso del dovere, l'attaccamento alla missione, la responsabilità: tutti elementi che non sono misurabili. Nel secondo caso tutto passa attraverso schemi di incentivi ai soli fini della produttività. Il lavoratore accetterà di entrare in uno "scambio sociale" solamente se l'imprenditore si comporta da soggetto morale che mette in pratica il principio di reciprocità. Il principio di reciprocità ha fondamento nella categoria della fratellanza degli uomini che è stata introdotta da Gesù Cristo. La fratellanza universale non è un sentimento che si esaurisce nella dimensione affettiva, ma è un vincolo ontologico dell'umanità. E' Dio che sta a fondamento della dignità dell'uomo davanti agli altri uomini e della loro radicale uguaglianza e fraternità a qualsiasi razza, sesso,cultura,classe appartengano. Il lavoro, in qualsiasi luogo si svolga: famiglia, azienda, scuola, ente pubblico, rappresenta una dimensione fondamentale dell'esistenza umana non solo come partecipazione all'opera della creazione, ma anche della redenzione. Chi svolge il suo lavoro nello stile insegnato da Gesù Cristo, coopera con lui nella sua opera redentrice. E' necessario prendere coscienza che il termine lavoro indica il duplice carattere dell'attività umana: "positivo" se l'uomo lavora per l'unità del creato valorizzando se stesso nell'ordine stabilito da Dio; "negativo" se lavora per affermare se stesso sfruttando ed utilizzando gli altri per suo beneficio personale. Questo duplice volto è uno dei criteri fondamentali per la valutazione di un sistema economico come ha ben espresso Giovanni Paolo II nella Laborem Exercens: " Il lavoro umano è una chiave e probabilmente la chiave essenziale di tutta la questione sociale, se cerchiamo di vederla veramente dal punto di vista del bene dell'uomo". Nello svolgimento della sua attività economica mediante la produzione di beni e servizi, l'impresa svolge di conseguenza una funzione sociale creando opportunità d'incontro, di collaborazione, di valorizzazione delle capacità delle persone coinvolte. Pertanto nell'impresa la dimensione economica è condizione per il raggiungimento di obiettivi non solo economici, ma anche sociali e morali da conseguire congiuntamente a tutti quelli che vi collaborano. In particolare, in questo momento di emergenza educativa, è necessario che l'impresa prenda coscienza del ruolo fondamentale della famiglia nell'educazione dei giovani ed indirizzi la sua responsabilità sociale in particolare verso la famiglia e l'armonizzazione dei tempi famiglia-lavoro. L'etica delle virtù ci consente di realizzare il bene mediante le opere e la vita virtuosa è la vita migliore non solo per gli altri ma anche per se stessi. Ecco perché è importante la diffusione più larga possibile delle virtù civiche attraverso l'educazione e le opere e l'impresa è uno degli attori principali.
[1] Bilancio sociale Tra gli strumenti di responsabilità sociale il Bilancio Sociale rappresenta l'esito di un processo e non undocumento fine a se stesso: "Il bilancio sociale è l'esito di un processo con cui l'amministrazione rende conto delle scelte, delleattività, dei risultati e dell'impiego di risorse in un dato periodo, in modo da consentire ai cittadini e ai diversi interlocutori diconoscere e formulare un proprio giudizio su come l'amministrazione interpreta e realizza la sua missione istituzionale e il suomandato".

Codice etico Il Codice Etico è l'altra faccia del Bilancio Sociale. Infatti dalla missione aziendale si possono diramare due attivitàconcomitanti, una più generale rivolta al controllo delle politiche d'impresa (il Bilancio Sociale), l'altra ai comportamenti individuali (il Codice Etico). E' un mezzo efficace a disposizione delle imprese per prevenire comportamenti irresponsabili o illeciti da parte di chi opera in nome e per conto dell'azienda, perché introduce una definizione chiara ed esplicita delle responsabilità etiche e sociali dei propri dirigenti, quadri, dipendenti e spesso anche fornitori verso i diversi gruppi di stakeholder.

Certificazione etica L'impegno etico e sociale di un'impresa oltre ad essere testimoniato dal proprio Codice etico e/o Bilancio sociale, può anche essere certificato. Questo nuovo standard internazionale di certificazione che riguarda:il rispetto dei diritti umani, il rispetto dei diritti dei lavoratori, la tutela contro lo sfruttamento dei minori, le garanzie di sicurezza esalubrità sul posto di lavoro è denominato SA 8000. Questa norma non nasce nello stesso modo in cui si sono sviluppate le certificazioni tecniche (es. ISO 9000), cioè da parametri stabiliti da comitati di esperti nazionali di un settore specialistico che formalizzano tali scelte in norme da far condividere a livello nazionale ed internazionale percorrendo un lungo ciclo che si allarga dall'Europa (EN) fino al mondo (ISO). SA 8000 nasce dal CEPAA (Council of Economical Priorities Accreditation Agency, www.cepaa.org ), emanazione del CEP (Council of Economic priorities), istituto statunitense fondato nel 1969 per fornire agli investitori ed ai consumatori, strumenti informativi per analizzare le performance sociali delle aziende. Il CEPAA ha per missione lo scopo di rendere le organizzazioni in grado di essere socialmente responsabili, riunendo i principali stakeholder per sviluppare standard volontari basati sul consenso, accreditando organizzazioni qualificate per verificare la conformità, promuovendo la conoscenza e comprensione dello standard e incoraggiandone l'attuazione a livello mondiale. L'organismo riunisce 21 membri, in rappresentanza delle organizzazioni sindacali, delle organizzazioni non governative, di associazioni che tutelano i diritti umani e dell'infanzia, di imprese che investono in modo socialmente responsabile, dei società di certificazione. Lo standard e le relative procedure di accreditamento e certificazione nascono in un ottica globale e transnazionale, pur recependo le peculiarità normative locali.
Bilancio di sostenibilità Si tratta di un documento che riporta in maniera completa e trasparente i risultati raggiunti, le performance economiche ottenute, i dati riguardanti le risorse umane, i progetti sviluppati a supporto dei clienti, l'attenzione al miglioramento dell'impatto ambientale, le iniziative rivolte alla collettività e la strategia per gli anni a venire.
Certificazione di qualità Certificare la qualità vuol dire essenzialmente documentare ogni fase del processo aziendale, dallaproduzione alla gestione dei materiali, dal controllo della produzione alla gestione dei documenti. L'obiettivo è quello di controllare tutte le fasi del processo che genera il prodotto o il servizio e non, come a volte erroneamente si ritiene, il controllo di qualità el prodotto o del servizio. Dopo la certificazione, l'Azienda è sottoposta a visite di sorveglianza, che vengono generalmente effettuate con frequenza annuale, con procedure analoghe a quelle di valutazione, ma con verifiche circoscritte ad alcune aree o attività aziendali. La certificazione, di sistema o di prodotto, mettendo in trasparenza l'azienda, ne rende credibile la qualità dichiarata senza aggiungere nulla a quest'ultima e al modo in cui è conseguita. Le motivazioni possono essere di vario tipo; tutte sono legate al comune denominatore costituito dalla ricerca della competitività. Tuttavia la motivazione che si riscontra più spesso soprattutto nelle piccole imprese, è costituita non tanto da una convinzione interna quanto ad una specifica richiesta da parte del committente.

venerdì 27 gennaio 2012

I canali magici per un'alleanza intergenerazionale

La rivoluzione digitale ha modificato profondamente non solo il modo di comunicare, ma l'idea stessa di comunicazione che nel senso comune è vista come una " trasmissione d'informazione" mentre il suo significato originario è un atto di compartecipazione, incui tutti i partecipanti condividono un mondo utilizzando codici che siano comuni o che vanno costruiti assieme per intendersi. I nuovi media, come ogni evento, non sono neutrali nei confronti dell'identità umana e dei costumi e richiedono conoscenza del funzionamento e consapevolezza dei rischi e delle opportunità che possono offrire al fine di poter utilizzare questa tecnologia in continuo sviluppo per il bene della persona umana, per una sua crescita spirituale e relazionale, oggi così trascurate o vissute in maniere superficiale. Si tratta di ripensare e reinterpretare il legame antico e sempre nuovo, tra la tecnica, la verità e libertà. Nella CV al n. 79, Benedetto XVI sottolinea che «la tecnica, divenuta essa stessa un potere ideologico, esporrebbe l'umanità al rischio di trovarsi rinchiusa dentro un a priori dal quale non potrebbe uscire per incontrare l'essere e la verità. In tal caso, noi tutti conosceremmo, valuteremmo e decideremmo le situazioni della nostra vita dall'interno di un orizzonte culturale tecnocratico, a cui apparterremmo strutturalmente, senza mai poter trovare un senso che non sia da noi prodotto. Questa visione rende oggi così forte la mentalità tecnicistica da far coincidere il vero con il fattibile. Ma quando l'unico criterio della verità è l'efficienza e l'utilità, lo sviluppo viene automaticamente negato» e nel messaggio per la 45° giornata mondiale delle comunicazioni sociali il Papa scrive «Come ogni altro frutto dell'ingegno umano, le nuove tecnologie della comunicazione chiedono di essere poste al servizio del bene integrale della persona e dell'umanità intera. Se usate saggiamente, esse possono contribuire a soddisfare il desiderio di senso, di verità e di unità che rimane l'aspirazione più profonda dell'essere umano». L'importante è essere consapevoli che i media non sono dei mezzi, non sono puri strumenti, ma rappresentano un ambiente culturale che plasma la nostra coscienza ed è in grado di cambiare la nostra mentalità. Da un lato la multimedialità può unire potentemente, stimolare ad una partecipazione attiva, può favorire opere che recano impresso lo spirito del dono e che consentono di intraprendere un cammino di relazionalità, di comunione e di condivisione; dall'altro può intensificare l'isolamento, svuotare le relazioni personali impoverendole e riducendole a pure connessioni. Nel concreto rischia di venire soppressa proprio ciò che caratterizza la ricchezza della persona umana: l'amicizia, il rispetto, il dialogo. Se la logica è quella della manipolazione, il confine tra manipolare ed essere manipolati diventa estremamente labile. C'è oggi un preoccupante "scivolamento" nel lessico sui media, che tende a enfatizzare, sotto l'apparente neutralità di un gergo sempre più diffuso, la dimensione puramente tecnico-strumentale a scapito di quella antropologica e relazionale. Il fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare, con nuovi linguaggi, nuove tecniche e nuovi atteggiamenti psicologici fa sì che la Chiesa "non può non impegnarsi sempre più profondamente nel mutevole mondo delle comunicazioni sociali. Per il cristiano può rappresentare una nuova opportunità per far conoscere la propria esperienza di fede in Gesù Cristo, dare testimonianza della speranza che ci suscita il suo amore e per stabilire relazioni autentiche I nuovi media rivelano un bisogno affettivo, di prossimità, di reciprocità, di ricerca aperta alla dimensione dell'infinito, di conoscenza sulle grandi domande dell'esistenza,che sono indice di bisogni vecchi e sempre nuovi per ogni uomo che vive in questo mondo." Il linguaggio di rete diventa allora un'opportunità ed aiuta a ritrovare spazi educativi ed intercettare domande di aiuto fino a ieri rimosse. La comunicazione intergenerazionale, in un rapporto di reciprocità n cui ciascuno ha qualche cosa da imparare dall'altro come dono, fuori dalla categoria dell'utile, è oggi fondamentale. Riconoscere lo spirito del dono significa riconoscere che la tecnica, come ogni linguaggio, non ci parla solo di noi stessi e del nostro ingegno ma, attraverso di esso, della verità che ci fonda. Nella CV al n. 77 Benedetto XVI osserva che : «Ogni nostra conoscenza, anche la più semplice, è sempre un piccolo prodigio, perché non si spiega mai completamente con gli strumenti materiali che adoperiamo. In ogni verità c'è più di quanto noi stessi ci saremmo aspettati, nell'amore che riceviamo c'è sempre qualcosa che ci sorprende. Non dovremmo mai cessare di stupirci davanti a questi prodigi. In ogni conoscenza e in ogni atto d'amore l'anima dell'uomo sperimenta un ‘di più' che assomiglia molto a un dono ricevuto, ad un'altezza a cui ci sentiamo elevati». La sfida della cultura digitale ci offre la possibilità di aspirare a qualcosa "di più" rispetto a quanto la tecnica rende disponibile, ci da la possibilità di passare dai dispositivi manipolabili (e manipolanti) all'ambiente abitabile. La rete, se si va al di là della logica del dispositivo, può essere il luogo in cui tentare la "nuova sintesi umanistica". A partire dal modo di abitare. Abitare è tipicamente umano perché presuppone un rapporto consapevole. Nel suo senso autentico, pienamente umano, abitare ha dunque a che fare con la questione del senso, dell'identità, della relazione: dare un ordine e una direzione allo spazio circostante a partire dai significati condivisi, allestire uno spazio di prossimità, ospitalità, incontro sono tutti aspetti legati alla modalità tipicamente umana dell'abitare. "Superare i confini e allacciare alleanze" è il compito che ci aspetta. Nello spazio senza campanili e senza gerarchie del web, qual è il ruolo della Chiesa? Oggi "alleanza" è una parola chiave. L'alleanza è oggi quanto mai necessaria, in tutti gli ambiti: è fondamentale per esempio per l‘educazione, che non può più essere un processo unidirezionale di trasmissione, ma un incontro in cui tutte le parti coinvolte danno e ricevono, lasciandosi trasformare. Per abitare il web è necessaria una "alleanza intergenerazionale" tra nativi (che sanno muoversi velocemente ma non sanno dove andare) e immigrati digitali, più impacciati ma in possesso di esperienza e di "bussole".Come ha detto Benedetto XVI nel suo discorso dedicato alle nuove generazioni per il 45° Giornata mondiale della Pace "Oggi assumersi la responsabilità di educare i giovani alla conoscenza della verità, ai valori fondamentali dell'esistenza, alle virtù intellettuali, teologali e morali, significa guardare al futuro con speranza. ...Solo una solida educazione della loro coscienza può renderli capaci di lottare sempre e soltanto contando sulla forza della verità e del bene". Questa alleanza intergenerazionale in una situazione complessa come quella che viviamo oggi può diventare una risorsa resa possibile dal buon uso dei nuovi media che possono portare il loro contributo educativo in ordine alla giustizia e alla pace allestendo uno spazio per lo scambio di doni, trasformando la "connessione" in comunione. Ma se la rete può essere il luogo della condivisione, la Chiesa deve essere il sale. Attraverso le parole del Papa lasciamoci guidare dalle scritture per passare della condivisione e dalla convivialità della rete al sale dell'alleanza con Dio.

venerdì 30 dicembre 2011

Conciliazione tempi famiglia lavoro

Le due grandi sfere che coinvolgono giornalmente la nostra vita sono il lavoro e la famiglia. Il mondo del lavoro oggi assorbe sempre  di più molte energie non solo come competenze, aggiornamenti, ma anche come competitività, causando stress e malessere.
Molti confondono le problematiche e le finalità della conciliazione famiglia - lavoro con qualunque programma che aiuti le donne ad inserirsi nel mercato del lavoro, gestendo tempi di lavoro e tempi di famiglia con maggiore facilità, agevolata anche da un maggiore coinvolgimento degli uomini nelle cure domestiche. Altri traducono i programmi di conciliazione in misure di piccolo cabotaggio che servono alle aziende per avere meno conflittualità sui posti di lavoro, meno assenteismo ed ottenere così più produttività e più efficienza.
Invece é  in gioco l'intera e complessa relazione dei due ambiti di vita, che necessita di essere inquadrata ed affrontata proprio in quanto relazione e non con occasionali tamponi come dimostrano le soluzioni intraprese finora che non hanno risolto granché.
Allora è importante chiedersi:  PERCHE' FARE CONCILIAZIONE ? CON QUALI CRITERI E LINEE GUIDA?
L'attuale crisi sta facendo emergere sempre più chiaramente che le teorie economiche non sono strumenti neutrali sul comportamento umano, in qualche modo inducono sempre dei comportamenti negli uomini  e sono strumenti di modificazione degli assetti esistenti.
Con l'avvento della rivoluzione industriale si sono sviluppati due fenomeni di grande portata storica: l'avvento dell'economia di mercato capitalistica e la predominanza nella   scienza sociale dell'etica utilitaristica di J. Bentham. Con l'etica utilitaristica viene accantonato il fondamento di verità dei giudizi di valore  che sarebbero piuttosto espressione di decisioni, di imperativi o di preferenze soggettive. Si sviluppa il modello "Stato - mercato" con un  mercato che si  appoggia solo sull'efficienza, si chiede all'impresa di massimizzare il profitto come fine e allo Stato il compito di ridistribuire la ricchezza con la leva fiscale ed il welfare.
Viene accantonato il principio di reciprocità che si fonda sulla fratellanza ed è un principio ternario: io do a te perchè tu dia ad un altro  o eventualmente a me.
Il lavoro connesso con la vita familiare come era normale prima del diffondersi dell'industrializzazione non è più possibile, ma lo stress, le tensioni, il calo di felicità personale e relazionale che la famiglia sta pagando in cambio del maggior benessere  ci chiede di comprendere perchè la vita delle persone non possa più essere divisa fra famiglia e lavoro come ai tempi della prima industrializzazione.
Difronte alle line guida dell'unione Europea che vede le pratiche di conciliazione come strumento funzionale alla competizione economica globale dove il fine è la  la produttività e competitività della nuova"economia della conoscenza", c'è il rischio che la famiglia venga ridotta ad un residuo, più di quanto non sia stata sfruttata ed indebolita fino ad oggi.
Se e come le funzioni sociali della famiglia possano essere svolte dipende essenzialmente dal rapporto tra il quotidiano familiare ed il quotidiano professionale. Questo tema ci accompagna lungo l'arco di tutta la nostra vita, dalle esperienze maturate da  bambini, nella scelta della professione,  nella progettualità familiare o della carriera, fino al pensionamento ed all'organizzazione della terza età.
Se il lavoro impedisce di vivere, verrà svolto in modo da produrre gravi problemi sociali, prima di tutto a carico della famiglia. Si potrà incrementare il profitto ed i vantaggi economici, ma si dovranno affrontare malesseri e patologie sociali e cui non c'è rimedio perchè il vero rimedio è un lavoro dal volto umano che è amico della famiglia. La direzione che bisognerebbe prendere è quella di porre al centro del problema la relazione familiare e quindi vedere come il mondo del lavoro impatta sulla famiglia affinchè essa possa  rispondere adeguatamente ai suoi doveri familiari e possa svolgere nella società quel ruolo fondativo che le è proprio. E' ancora possibile umanizzare l'economia e il lavoro? Certamente se l'economia viene riagganciata ai valori.
Una prima soluzione è passare a relazioni industriali  capaci di attivare la conciliazione secondo  i criteri della responsabilità sociale dell'impresa. La quale non è solo responsabilità verso l'ambiente, ma innanzi tutto verso l'ambiente umano cioè le famiglie dei dipendenti e di coloro che sono in relazione con la vita dell'impresa. Per questo le nuove forme di conciliazione dovrebbero seguire i criteri di sussidiarietà e l'organizzazione di reti sussidiarie  fra imprese e famiglia.
Un'altra soluzione è attivare la società civile che con la sua azione decentralizzata ( decisioni di consumo e di risparmio) e con quella organizzata (imprese sociali di mercato, terzo settore) si propone di dare impulso nella direzione di uno sviluppo socialmente ed ecologicamente sostenibile.
Nascerebbe un'economia della responsabilità sociale che va oltre  l'homo oeconomicus ed è fondata su tre pilastri: imprese, istituzioni,società civile,dove oltre allo scambio di equivalenti ( io do a te perchè tu mi dia quanto contrattualmente pattuito) e al principio di redistribuzione ( tramite la leva fiscale) ci sia anche il principio di reciprocità che fa entrare la gratuità, il dono, nel discorso economico.

lunedì 12 dicembre 2011

Partiti e politica alla prova della responsabilità. Il decalogo di don Sturzo.

CONVEGNO DEL 12.12.11 - SALA PAOLINO DI AQUILEIA - UDINE
Partiti e politica alla prova della responsabilità.Il decalogo di don Luigi Sturzo.
Introduzione di Daniela Vidoni - responsabile regionale C.I.S.S.
 
Con questo seminario desideriamo proporre degli spazi pubblici per riattivare un dialogo costruttivo fra cittadini ed istituzioni.       
Un dialogo che avvii una democrazia partecipativa, dove insieme si arrivi ad un consenso su ciò che è bene e giusto per la vita dell'uomo in comunità.
La crisi generale  che stiamo vivendo ha portato in luce dei nodi critici del nostro modo di concepire e vivere la politica come arte per il potere.
Il tema di questa sera "Partiti e politica alla prova della responsabilità" ha come sfondo la testimonianza di don Luigi Sturzo che ha dedicato la sua vita per riportare la politica al servizio del bene comune.
La categoria di pensiero del bene comune  a partire dalla fine del 1700 scompare per la predominanza nelle scienze sociali dell'etica utilitaristica di Bentham (1789).
Con l'etica utilitaristica di Bentham si afferma e si diffonde l'idea che lo scopo della politica  è il bene totale del popolo, che l'economia e le istituzioni pubbliche non devono ostacolare un simile obiettivo.
Il bene totale è dato dalla sommatoria dei beni individuali o dei gruppi sociali, l'individuo è identificato solo in funzione della sua utilità e le utilità non hanno un volto, non hanno identità e storia.
Ne è derivata una concezione utlitaristica della  politica per cui è razionale ciò che è utile per conquistare  e mantenere il potere, ciò che è funzionale al conseguimento di patti, di contratti .
La razionalità politica così intesa è diventata  motivo di conflitto , quello che oggi viene chiamato dialogo è in realtà uno scontro. E' quello che assistiamo nei dibattiti fra politici e  anche fra cittadini che  votano per partiti diversi. E' sfociata  nella impossibilità di operare scelte condivise e di poter governare.
Questo problema è gravissimo perchè la politica è la maggiore fra le scienze e le arti in quanto ha come fine la giustizia che si risolve nel bene comune.
Le correnti principali di filosofia politica degli ultimi secoli si sono dimostrate non all'altezza delle sfide  in quanto  non tengono conto del fondamento antropologico dell'agire politico.
Quale contributo immediato  possiamo dare come laici nella polis  al fine di riportare la politica  ad operare secondo il principio del bene comune?
La dottrina sociale della Chiesa merita di essere presa in considerazione  perchè costituisce  una " grammatica  comune" essendo fondata su un punto di vista specifico: quello di prendersi cura del bene umano e di mirare  ad un ordine sociale non solo giusto, ma anche fraterno.
La DSC ci aiuta a rimettere  in discussione la concezione attuale della politica , a riflettere sul  suo senso e sul suo fine, ad avere  un bagaglio comune di riferimento per giudicare la realtà .
Il bene comune che ci propone è il bene di tutto l'uomo e bene di tutti gli uomini E' un bene che non  ammette sostituibilità per migliorare il bene di qualcun altro, e questo per la fondamentale ragione che quel qualcuno è sempre una persona umana.
La DSC ci indica , assieme al bene comune , una serie di principi che sono collegati fra loro e necessitano di essere apprezzati e concretizzati  nella loro unitarietà, connessione ed articolazione  per una vita degna dell'uomo:
  • Il valore assoluto della persona umana
  • La sua inviolabile dignità
  • La solidarietà
  • La sussidiarietà
  • La partecipazione
  • La destinazione universale dei beni
La sfida che ci attende è quella di studiarla e tradurla in norme, in comportamenti che vanno oltre l'equità, oltre una generica buona amministrazione, oltre l'onestà.
Nell'analisi del Magistero troviamo che dove c'è l'uomo c'è la famiglia, c'è la società civile, c'è la comunità politica.
Queste tre dimensioni di vita, nascono con l'essere umano,ma hanno tre fini diversi.
Ognuna ha la sua autonomia, ma in relazione fra loro, e tutte tre sono indispensabili  per la realizzaione e la perfezione della persona.
Ne deriva che la comunità politica è subordinata ad un ordine, a un criterio guida, che non è creato dalla comunità stessa, ma che essa deve riconoscere e servire.
La sfida che ci attende è proprio quella di concettualizzare un ordine sociale che tenga conto di questa realtà.
 
IL DECALOGO DEL BUON POLITICO
"Per un cattolico tutto è e deve essere cristiano: la vita individuale, la famiglia, l'attività economica, la concezione filosofica, la creazione artistica, l'attività politica, sì da non esservi alcun angolo del proprio essere che non sia impregnato di cristianesimo. Pertanto, la specifica denominazione di cristiano messa a democratico o afferma una concezione di vita del cristiano o non ha alcun significato. Peggio, quel democristiano può degenerare in ‘demicristiano', in quanto una politica sporca infetta la fede e la pratica cristiana del soggetto infedele al suo ideale di vita."
(Brano tratto da un articolo di Luigi Sturzo pubblicato sul quotidiano "Popolo e Libertà" il 4 novembre 1948).
È PRIMA REGOLA DELL'ATTIVITÀ POLITICA ESSERE SINCERO E ONESTO. PROMETTI POCO E REALIZZA QUEL CHE HAI PROMESSO.
SE AMI TROPPO IL DENARO, NON FARE ATTIVITÀ POLITICA.
RIFIUTA OGNI PROPOSTA CHE TENDA ALL'INOSSERVANZA DELLA LEGGE PER UN PRESUNTO VANTAGGIO POLITICO.
NON TI CIRCONDARE DI ADULATORI. L'ADULAZIONE FA MALE ALL'ANIMA, ECCITA LA VANITÀ E ALTERA LA VISIONE DELLA REALTÀ.
NON PENSARE DI ESSERE L'UOMO INDISPENSABILE, PERCHÉ DA QUEL MOMENTO FARAI MOLTI ERRORI.
È PIÙ FACILE DAL NO ARRIVARE AL SÌ CHE DAL SÌ RETROCEDERE AL NO. SPESSO IL NO È PIÙ UTILE DEL SÌ.
LA PAZIENZA DELL'UOMO POLITICO DEVE IMITARE LA PAZIENZA CHE DIO HA CON GLI UOMINI. NON DISPERARE MAI.
DEI TUOI COLLABORATORI AL GOVERNO FAI, SE POSSIBILE, DEGLI AMICI, MAI DEI FAVORITI.
NON DISDEGNARE IL PARERE DELLE DONNE CHE SI INTERESSANO ALLA POLITICA. ESSE VEDONO LE COSE DA PUNTI DI VISTA CONCRETI, CHE POSSONO SFUGGIRE AGLI UOMINI.

FARE OGNI SERA L'ESAME DI COSCIENZA È BUONA ABITUDINE
ANCHE PER L'UOMO POLITICO.
 
Le lungimiranti intuizioni sturziane negli anni cinquanta per la moralizzazione della vita pubblica e la soluzione della crisi politica e morale ci rivelano che Sturzo è stato la coscienza critica di un paese che stava imboccando la strada sbagliata.
Il suo rigore morale, la sua onestà intellettuale, le sue critiche coerenti e pungenti riguardano:
  • Lo statalismo
  • La partitocrazia
  • La sindacatocrazia
  • L'imprenditoria liberalstatalista
  • Il comunismo ed il fascismo
  • I difetti degli italiani
  • La burocratizzazione
  • L'"entite"
  • Il sistema bancario
  • I limiti della classe politica
  • Il centralismo monopolistico
  • La corruzione
Lo statalismo
è per Sturzo il cancro della vita politica ed aconomica italiana. Il virus è un lascito del fascismo e consiste nell'intervento abusivo e sistematico dello Stato nell'attività privata di qualsiasi specie, religiosa, culturale, artistica, educativa, economica, sindacale e così via.
La partitocrazia
è la negazione subdola della vera democrazia perchè i partiti non conoscono i propri limiti. In campo nazionale invadono i poteri del parlamento e tentano di partecipare ai poteri e alle direttive del governo, nel campo locale annullano la responsabilità delle loro stesse sezioni, s'ingeriscono attraverso le sezioni nella stessa attività comunale, attraversi i centri dei capoluoghi in quella dei vari uffici provinciai. La regione non sfugge alla tendenza di politicizzazione mentre per la sua importanza dovrebbe essere modello di indipendenza e di responsabilità amministrativa.
Sturzo non amava che i partiti si finanziassero in modo occulto e presentò anche un disegno di legge per il deposito dello statuto in tribunale e per la pubblicazione dei bilanci.
La sindacatocrazia
Sturzo lamentava che Parlamento e Governo, i soli organi statali responsabili difronte alla nazione, avessero permesso l'ingerenza irresponsabile dei sindacati nelle delicate funzioni del potere legislativo. Sottolineava che i sindacati hanno sempre ostruito che lo sciopeero fosse regolato dalle legge come prescrive l'art. 40 della costituzione, per ricattare qualsiasi governo.
L'imprenditoria liberalstatalista
Osservava che il 90% della grandi industrie italiane sono diventate parassite dello Stato, vivono alle spalle del contribuente, questuano leggi di protezione, interventi, provvedimenti comprensvi, contributi a fondo perduto, invocano dallo Stato il salvataggio di aziende cancrenose.
Il comunismo e il fascismo
Entrambi per Sturzo sono ferocemente statalisti, fautori di un centralismo monopolistico nemico di ogni autonomia. Entrambi hanno abituato gli italiani a guardare istintivamente allo Stato come la principale fonte di benessere individuale, il sovventore di tutte le iniziative, il provveditore di tutte le miserie , il collocatore di tutti gli spostati.
I difetti degli italiani
Gli italiani hanno paura della libertà e per non volersi assumere responsabilità nè correre rischi, finiscono con il rassegnarsi a subire un parassitismo costoso e immorale dei vari enti e soprattutto il politicantismo affarista. L'italiano in genere è conformista o anarchico, è accentratore o dissolvitore, è autoritario o rivoluzionario.
La burocratizzazione
Occorre secondo Sturzo una profonda riforma della burocrazia che va riportata alla sua vera funzione amministrativa e di controllo pubblico. Soprattutto l'alleanza fra burocrazie e partiti e sindacati crea un potere superiore a quello costituzionale e sottopone i cittadini ad un dominio insopportabile e non eliminabile.La riforma secondo Sturzo necessita di necessarie garanzie per la carriera, chiusura delle porte alle immissioni arbitrarie di gente non formata o deformata, gli uffici devono essere immunizzati dagli influssi dei partiti, sì che nessun impiegato tema di perdere le promozioni e stabilità per ragioni politiche.
L'entite
Le critiche di Sturzo contro lo statalismo si rivolgevano anche contro la creazione di enti statali e parastatali che, oltre ad essere una gravosa eredità del fascismo, erano stati creati in abbondanza nel dopoguerra e con generosa incoscienza negli anni cinquanta. Sturzo lamentava la loro mancanza di rischi e di responsabilità ed il pericolo che avrebbe minato gli interessi reali del paese proliferando per la connivenza tra burocrati e politici, ma anche per l'invocazione dei cittadini difronte ad ogni più piccolo problema.
Il sistema bancario
Uno dei mali più grandi d'Italia era per Sturzo un costo del denaro intollerabile. Si riferiva all'usura delle banche, le quali sono nella maggioranza banche di Stato, istituti di diritto pubblico, casse di risparmio con nomine governative di presidenti, consigli di amministrazione, sindaci, direttori generali. Egli osservava che le banche italiane hanno costi bancari enormi: da un lato il personale ha stipendi superiori a quelli di altre categorie impiegatizie , dall'altro gli impieghi sono limitati. L'Italia aveva agli inizi degli anni cinquanta il doppio degli sportelli bancari della Francia e quasi metà di quelli degli Stati uniti che avevano una superficie 25 volte superiore a quella italiana.
Vedeva la concorrenza fra le banche una concorrenza a vuoto in quanto essendo la maggior parte di esse statizzate, parastatalizzate o in via di statalizzazione,lo Stato,moltiplicando gli sportelli finiva col far concorrenza a se stesso, con l'aumentare le inefficienze,gli sprechi , contribuendo direttamente a far aumentare il prezzo del denaro.
Limiti della classe politica
Dei politici Sturzo non amava i politicastri e i demagoghi, quelli che andavano quotidianamente a caccia di cariche, onori e compensi, non amava nemmeno i maneggioni o quelli abili per tutte le situazioni e quelli che si presentavano come indispensabili. Guardava con preoccupazione l'affermarsi fra deputati e senatori la mentalità impiegatizia e della casta, quasi che quella politica fosse una professione e auspicava l'avvicendamento.Vedeva come aberrante stabilire un fondo per la cassa pensioni a favore dei deputati che avrebbero raggiunto un certo limite di età e anzianità parlamentare, come si trattasse di una carriera impiegatizia e uno stato di quiescenza a carico del pubblico erario. La proposta aveva per lui un effetto deplorevole nell'opinione pubblica, dando l'impressione di voler creare o consolidare una casta, la parlamentare.
Il centralismo monopolistico
La concezione aberrante del fascismo " nulla fuori, nulla sopra lo Stato, tutto per lo Stato e nello Stato" aveva lasciato come eredità all'Italia un subdolo e strisciante statalismo economico e sul piano amministrativo un centralismo monopolistico e soffocante.
A questo centralismo Sturze contrappone una scelta netta a favore del decentramento. Per questo auspica la rinascita delle autonomie locali.
Avrebbe voluto per gli enti locali un'autonomia reale, anche finanziaria, perchè questa avrebbe educato gli amministratori alla responsabilità, li avrebbe abituati a considerare il denaro pubblico come sacro e quindi a spenderlo con maggiore occulatezza,.
La corruzione
La politica per Sturzo va concepita come servizio alla collettività, come cooperazione al bene, come dovere di solidarietà e come atto di giustizia. La politica è cosa di tutti, richiede una formazione e va esercitata con competenza e specchiata onestà. Tra politica e morale vi sono stretti legami e tra le due, la morale ha il primato.
Di fronte agli scandali Sturzo non si mostra sorpreso, l'importante è il modo e l'efficacia di come si reagisce agli scandali.
L'immoralità pubblica non consiste solo nella malversazione e nei peculati, ma anche nell'applicare sistemi fiscali ingiusti o vessatori, nel dare impieghi pubblici o di Stato o di altri enti pubblici a persone incompetenti, aumentare posti d'impiego senza necessità, abusare della propria influenza o del proprio posto di consigliere, deputato, ministro, dirigente sindacale, nell'amministrazione della giustizia o penale, nell'esame dei concorsi pubblici, nelle assegnazioni di appalti o nell'alterazione delle decisioni.
Nel 1958, un anno prima di morire, diceva a De Rosa: "Oggi questo nostro Stato è come una torta che i partiti si sono divisi e ognuno di essi crede di godere di ogni immunità nella sua parte.
Non c'è più lo Stato sopra ai partiti, ma lo Stato dei partiti e di partiti famelici"